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Edizione provinciale di Bari


Il Bari "glamour" di Cesena

 

Nella Divina Commedia, Dante, in una conversazione con Guido da Montefeltro, parla delle condizioni etico-politiche delle cittadine romagnole autonome del 1300 e, inevitabilmente, il discorso cade su Cesena (“quella cu' il Savio bagna il fianco, / così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte, / tra tirannia si vive e stato franco) descritta dal “sommo” come ultima, stoica, cittadina ancora capace di sviluppare milizie autonome differentemente da altre cittadine limitrofe dove a prevalere è la tirannia, e questo perché all’epoca, evidentemente, esisteva ancora una certa fluidità politica. Decisamente, Dante, non la descrive come città glamour.

Ed in effetti, Cesena, ancor oggi emana quel profumo di cittadina autonoma rigorosamente romagnola, vagamente severa, in eterno conflitto con la più ricca, emiliana, Bologna, dotata di un teatro, ingraziata da qualche maestosa chiesa in mattoni rosso-medievale con campanili altissimi, abbellita da qualche piazza signorile e composta da palazzi bassi colorati che emanano ancora quell’humus misto di “signoria” e “comune” nel cui eterno iato si è sempre ritrovata Cesena. Ma Dante non poteva sapere che un giorno di sette secoli dopo, il filosofo Davide Nicola dal Piemonte, l’ermeneuta per antonomasia, il Socrate del pallone, nel risalire il Rubicone mentre Bari si dava un contegno stravagante glamour fregandosene di una strage d'oltralpe differentemente da altre città del mondo che han sospeso tutti gli eventi o, quanto meno, ne hanno ridotto il clamore evitando musiche ad alto volume, avrebbe lasciato il segno profondo nei visi dei cesenati.

Il capoluogo di provincia, in condominio con Forlì, forse lo è “glamour”, ma inconsapevolmente e pur non essendo Roma, né Firenze e nemmeno Bologna artisticamente, è troppo pregna di storia e profumata di cappelletti al formaggio per poterla far diventare, per un weekend, glamour. Tutt'al più se c’è qualcosa con questo sostantivo anglosassone, a Cesena, questa è la squadra di calcio locale. Come quella del Bari il cui derby, ieri, è andato in scena al Manuzzi. Sempre a loro insaputa - si intende - come si suol dire oggi, politicamente parlando.

Sicché ci ha pensato Nicola a farla diventare glamour la città di Bari descritta da Orazio e Tacito, quanto meno nella sua accezione calcistica, però lontano dalle proprie mura, in Romagna, a due passi dalla terra Malatestiana di Paolo e Francesca, espugnando la ex “Fiorita”, da qualche decennio divenuto Manuzzi, quindi “Stadium Manuzzi”, grazie anche al colore dei tifosi baresi che, come nei periodi aurei, si sono attrezzati coi loro mantra, vale a dire coi cefalopodi più o meno freschi, dalla tagliatella non bolognese ma barese, accompagnati da quell’inebriante odor di luppolo che impregna i loro vestiti percependolo all’olfatto al loro passaggio.

E’ stato blitz, come noto. Un blitz a cui, in tutta onestà, in pochi ci avrebbero scommesso dal momento che questo tipo di trasferta è sempre stata ostica, forse la più proibitiva di tutte considerate le aspettative che si creano attorno a cui, poi, corrispondono risultati, il più delle volte, negativi. Una vittoria limpida, lineare, straordinaria, che ha alzato, pericolosamente, il livello di guardia dell’entusiasmo barese ritrovatosi nella struggente cornice di quei 1666 tifosi che si son dati appuntamento da tutta Italia - Bari inclusa - nella Curva Ferrovia del Manuzzi che ha avuto come prologo un momento di alta commozione mista al solito momento inopportuno, tendenzialmente ebete, intrapreso da uno-due tifosi baresi i quali, dopo la Marsigliese e durante il minuto di raccoglimento, han preferito, squarciando il religioso silenzio regnante, emettere un paio di urla inneggianti alla “Bari” ed un altro inneggiante qualche offesa verso il Cesena, fino all’immancabile applauso iniziato dopo appena dieci secondi di silenzio. Fortuna che non son tutti così. Ma si sa i baresi con così: prenderli o lasciarli.

Nel frattempo, volendoci rifare all’unico (ed ultimo) termine di paragone che è quello dell’anno della promozione con Antonio Conte, proviamo a stilare qualche considerazione che ha il vago retrogusto di certezza: intanto il Bari di Nicola ha cinque punti in più di quello del tecnico della Nazionale, poi il Bari ha espugnato il Manuzzi non grazie all’approccio, quello tanto agognato che, ormai, è come il “gioco”, latente; inutile invocarlo, occorre farsene una ragione. Entrare con un certo approccio, in questa serie B (che pure servirebbe, ci mancherebbe), non è quasi mai sinonimo di risultato acquisito considerato l’equilibrio sovrano che regna in B: al primo arretramento baricentrale, gli avversari castigano senza tanti convenevoli, anche se scarsi tecnicamente. Del resto, manco a farlo apposta, il Bari ha sbagliato approccio anche ieri, a Cesena, entrando quasi sottomesso, tutt’al più appena appena alla pari, anche perché, tra l’altro, c’era da fermare Ragusa sulla fascia destra (sinistra per i cesenati), e Sabelli lo ha sofferto parecchio fino a rendersi poco propositivo in termini di allungamento squadra, così dicasi per Del Grosso che, però, ha dovuto abbandonare per un infortunio (ottimo Gemiti al suo posto: un altro giocatore si cui fare affidamento) finché, al primo timido ceffone ricevuto da Succi & C., la squadra barese ha uscito dal cilindro altre certezze, vale a dire, il carattere, la personalità, l’esperienza e l’intensità, le stesse caratteristiche intraviste come case dai finestrini di un treno in corsa contro lo Spezia e, per pochi minuti, qua e là in altre gare, non sempre ottenendo una vittoria. E Arrigo Sacchi, Roberto Mancini, Alberto Fontana, Alberto Cavasin e Dino Sigarini, in tribuna, si saranno divertiti a vederlo giocare. Però quelle occasioni sprecate gridano ancora vendetta: non vogliamo farne una questione di incontentabilità, ci mancherebbe, ma sprecare quelle sette occasioni gol in modo così clamoroso, han lasciato – almeno a noi – un retrogusto di superficialità e non di sfortuna. E mostrarsi superficiali in area di rigore altrui, con quella mercanzia che ci si ritrova, non è un bel segnale. Tutt'altro. Vincere con sei gol - si avete capito bene, con sei gol di scarto -, eccezionalmente, sarebbe stato un segnale ben preciso a tutte le pretendenti, a partire proprio dal Cagliari. E lo ripetiamo: non perché non ci sentissimo soddisfatti della vittoria coi due gol. Una squadra costruita per vincere il torneo, deve pur dare qualche segnale di esagerazione una tantum, di forza prorompente, soprattutto quando se ne ha l'occasione. Come ieri. Chissà quando ne capiterà un'altra.

Ieri, invece, complice anche la marcatura bianconera apparsa troppo larga (su tutti Rosina, in particolare, che aveva sempre almeno dieci metri di libertà, ma non solo lui), dopo averla fatta franca su un paio di rigori apparsi nettissimi, ad un tratto del primo tempo, il Bari ha cominciato a giocare in maniera sciolta, velocemente, disegnando precise geometrie piuttosto che sviluppare “gioco”: contropiedi devastanti e pericolosissimi, palle rubate a centrocampo (a proposito: abbiam contato almeno otto palle perse da pivelli da parte di quelli del Cesena, Sensi su tutti, almeno sei delle quali diventate pericolo rosso per la difesa bianconera e due, addirittura, gol per il Bari), pressing alto, le occasioni gol clamorose sbagliate di cui sopra, una traversa, un palo, una difesa super dove Rada e Contini, scelti da Nicola forse per non gravare di responsabilità Di Cesare per il quale, in settimana, si era parlato come l'unico difensore, tra tutti, che garantisce una certa affidabilità (e Nicola, in questi giochi di scambi, è maestro) non han sbagliato assolutamente nulla, con Gkentoglou lieta sorpresa del centrocampo, giocatore di eccellente tasso tecnico in grado di dettare i tempi per il cui inserimento ci è voluto un ragionevole tempo (di fatto, chi era quell’allenatore “folle” che sin dai primi di agosto o dalla prima giornata di campionato, lo avrebbe preferito a gente del calibro di Donati, Romizi, Defendi, Porcari e Valiani? Crediamo nessuno) e con due attaccanti andati in gol, peraltro per l’ennesima volta, così come ci andavano tanti famosi gemelli del gol come Graziani e Pulici, Maradona e Careca, Sivori e Charles, Mazzola e Corso, Chiaglia e Garlaschelli, Gullit e Van Basten, come i più terra terra Penzo e Pellegrini, quasi a volerne denotare lo spessore tecnico. Vuol dire, forse, che siamo davanti ad una squadra davvero forte che, come abbiamo sempre detto e scritto, ha avuto qualche difficoltà nel mostrare il suo valore e, dal momento che il calcio non è, e non sarà mai, una scienza esatta, abbiamo ragionevoli motivi per pensare che le caratteristiche su citate avranno la meglio, anche nei periodi bui che, pure, continueranno ad esserci.

Ieri lo ha dimostrato dando l’impressione di un cambio di rotta come tante partite - a proposito di Bari contiano - della storia del Bari che han fatto da “svolta”, naturalmente in positivo, ma non sappiamo se sarà sempre così. Certo, ove dovesse esserlo, ove il Bari dovesse cominciare a reggere questi ritmi waitin’ Godot Sansone dagli indiscussi mezzi da serie A ancora non visti a Bari, riteniamo che non ce ne sarà nemmeno per il Cagliari. E di questo, invece, ne siamo assolutamente convinti. Il problema, appunto, è capire se il Bari sarà in grado di proseguire su questa strada o meno, perché sicuramente nelle 29 gare rimanenti, il Bari, qualche trappola la incontrerà (e Como, ad esempio, ne è una: è la “trappola” perfetta per il Bari che - si sa - è campione olimpico di risoluzione crisi ed astinenza dal gol altrui) sperando che non si sia trattato di una notte luminosa dal sapor di serie A con un Bari bello e buono come una piadina romagnola (quella vera, non quella del supermercato, giusto per capirci) e finanche glamour.

E nonostante tutto, ieri in conferenza stampa, Nicola ha spento i fuochi dell’entusiasmo del secondo posto. Del resto c’era da aspettarselo da uno come lui che, sin dal primo momento in cui ha messo piede a Bari, ha capito molto bene l’umore locale fino a travestirsi da pompiere, figura primaria e necessaria a Bari quando c’è odor di entusiasmo.

Lo stesso Paparesta che, quasi apotropaicamente, dopo aver sprecato ai nostri microfoni elogi per la gara, per i ragazzi e per Nicola, ha dichiarato che teme anche la partita col Livorno. L’ex squadra di Nicola.

Infine un particolare: lo scorso anno, di oggi, il Bari perdeva, male, a Crotone e Devis Mangia veniva esonerato e sostituito da Davide Nicola il quale, oggi, dopo varie peripezie, è secondo in classifica. E un anno passato in questa maniera, complice anche l’equilibrio della B, dovrebbe aver insegnato qualcosa ai tifosi, ad esempio, che, differentemente da altre annate, tutto sommato si può pure fare a meno del “gioco” per andare in A. Magari direttamente. E Cesena potrebbe essere una di quella gare che, quantunque irripetibili, può far cambiare il destino del Bari. Del resto, come cantava Battiato, “è da certi sguardi che si intravede l’infinito”.

 

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  Scritto da Massimo Longo il 16/11/2015
 

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